Nell'epoca della sharing economy, il dato è tutto; è la nuova moneta. I dati fanno la differenza, costituiscono un asset cruciale. Tutti lo affermano, ma in realtà quasi tutti razzolano male. Pur essendoci una grande consapevolezza relativa all'utilità dei celeberrimi Big Data, sono poche le aziende che li sfruttano davvero. Un'infografica di KPMG centra perfettamente il problema: cultura e fiducia sono i driver che contribuiscono alla diffusione di un utilizzo massiccio di dati e analytics. Non sono chiari i benefici, i rischi percepiti sono troppo alti e così il gap di utilizzo esplode. Qualità, efficacia, resilienza e integrità sono alla base dei trusted analytics. Molte aziende devono cambiare pelle per cogliere il trend dei Big Data e monetizzarlo: cambiare in maniera disruptive ed efficace routine e cultura non è però cosa semplice. Ricorrere a partner esterni può essere un modo utile per innovare sul tema.
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sabato 12 novembre 2016
La cultura dei dati: la sfida aziendale degli analytics
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giovedì 21 giugno 2012
Signori si chiude... il Teatro Smeraldo lascia il posto ad Eataly
La cultura in Italia stenta; gli spazi culturali spesso faticano a sopravvivere. È una tendenza conosciuta, ma veder chiudere i battenti di un teatro storico fa sempre male, provoca quella inevitabile tristezza anche per i "meno romantici". L'offerta teatrale milanese si è evoluta rapidamente negli ultimi anni. Stagioni interamente dedicate ai musical per Teatro Nazionale e Ciak; il fenomeno Zelig per gli Arcimboldi. Il Teatro Smeraldo non è riuscito a sopravvivere in questa arena competitiva e così ieri sera il sipario si è aperto e chiuso per l'ultima volta. Uno spettacolo gratuito per gli iscritti ad Ennevolte; sul palcoscenico Caveman.
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lunedì 5 dicembre 2011
Il nostro patrimonio culturale: un vantaggio competitivo non imitabile
Questo post trae spunto dalla puntata di Report di ieri sera. Ampio
spazio è stato dedicato allo "spreco artistico-culturale" visibile nel
nostro paese. Deteniamo un tesoro enorme, ma siamo incapaci di gestirlo.
Nessun paese è comparabile all'Italia in termini di siti artistici,
culturali e archeologici. Il resto del mondo può offrire forza lavoro a
prezzi più bassi, può copiare tecnologie, ma non può riprodurre il
nostro patrimonio. Forse abbiamo troppo. Paesi con molte meno ricchezze
culturali, le gestiscono in maniera eccellente.
Nella trasmissione di ieri ho sentito dire: "La cultura non deve produrre reddito, ma solo cultura". E' qui il nodo del problema. Se si continua a pensare che l'arte e la storia sono solo generatori di cultura, continueremo a distruggere il nostro patrimonio. La cultura alimenta certamente l'intelligenza, ma contribuisce il egual misura a generare ricchezza. Le due cose non sono inconciliabili. L'arte non origina reddito nel momento in cui è gestita in maniera estemporanea, autonoma ed incoerente rispetto al "sistema Paese".
Nella trasmissione di ieri ho sentito dire: "La cultura non deve produrre reddito, ma solo cultura". E' qui il nodo del problema. Se si continua a pensare che l'arte e la storia sono solo generatori di cultura, continueremo a distruggere il nostro patrimonio. La cultura alimenta certamente l'intelligenza, ma contribuisce il egual misura a generare ricchezza. Le due cose non sono inconciliabili. L'arte non origina reddito nel momento in cui è gestita in maniera estemporanea, autonoma ed incoerente rispetto al "sistema Paese".
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mercoledì 14 settembre 2011
Il consumatore talvolta si sente a disagio
La comunicazione deve stupire: è una regola base del marketing. Le
agenzie spendono giorni e giorni alla ricerca dell'idea vincente. Oltre
allo stupore i messaggi e gli stili devono generare immedesimazione,
riconoscibilità, empatia. Il confine tra una campagna vincente ed una
mediocre è spesso labile: basta poco perché un messaggio diventi
eccessivo. La cultura poi è uno di quegli ambiti in cui bisogna usare i
piedi di piombo.
Wall Street Institute nella sua ultima campagna ha calcato un po' troppo la mano. "Parli inglese come un bambino di un anno?": questo è il messaggio che campeggia sui cartelloni affiancato da un bambino in giacca e cravatta. Il tono della comunicazione è eccessivo: sottolinea in maniera marcata il gap culturale del target, ponendo il lettore in una condizione di disagio. Non è un messaggio che spinge a recarsi nei centri del Wall Street Institute, ma genera un atteggiamento di chiusura e diffidenza.
Wall Street Institute nella sua ultima campagna ha calcato un po' troppo la mano. "Parli inglese come un bambino di un anno?": questo è il messaggio che campeggia sui cartelloni affiancato da un bambino in giacca e cravatta. Il tono della comunicazione è eccessivo: sottolinea in maniera marcata il gap culturale del target, ponendo il lettore in una condizione di disagio. Non è un messaggio che spinge a recarsi nei centri del Wall Street Institute, ma genera un atteggiamento di chiusura e diffidenza.
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